1653 speaking in paradise N.Y, Dario Cusani

NYC in arte di Dario Cusani

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io infernaledi Dario Cusani.

Chi sono?Nato nel ’48, ho fatto sempre “scoppiare il 48”, ciuccio e ribelle a scuola per questo finii alla Nunziatella, sportivo spericolato (50 anni di agonismo con  oltre 1.200 gare tra sci, golf, sci nautico e automobilismo oltre a sport vari), laureato in economia, per 20 anni imprenditore prima nell’industria di famiglia e poi in società proprie, poi nel 1986 lascio tutto per l’arte e nel 1994 creo la FOTOPITTURA, mia tecnica esclusiva. Oltre 50 mostre in 30 anni e circa 5.800 lavori prodotti in 50 anni (1964-2014) di cui 200 esposti nella mostra “La vita è un collage” al Castel dell’Ovo nel 2015 con un catalogo di 380 pagine e 800 immagini a colori. Il catalogo e i lavori li ho donati alla Fondazione Gabriele e Lidia Cusani Onlus e si possono avere scrivendo a presidenza@fondazionecusani.it. Il ricavato serve per finanziare i progetti di musica con i bambini dei quartieri disagiati e per la CAROVANA ETICA presentata a EXPO a ottobre 2015.

I primi 3 quadri sono alcuni di quelli esposti alla mostra di New York del 2000 che è stata una grande occasione di innovazione del mio lavoro sia per la tecnica che per l’individuazione di caratteristiche umane e sociali di luoghi caratteristici di una città straniera che conoscevo poco ed era tanto diversa da quelle italiane che fino ad allora avevo “ritratto”. Ma NY è stata anche un’incredibile premonizione di quanto sarebbe accaduto l’11 settembre di un anno dopo proprio a quelle Twin Tower che avevo rappresentato nel quadro di copertina della mostra alla Casa Italiana Zerilli Marimò, luogo di introduzione della cultura italiana negli Stati Uniti. Nel quadro SPEAKING IN PARADISE – che rappresenta la foto immagine di questo articolo – erano condensate molte cose: 1) le torri erano gemelle come io con mio fratello Sergio; 2) erano il simbolo della grandezza e della modernità degli Stati Uniti e di New York che è considerata il “melting pop” del mondo; 3) erano l’emblema della tecnologia e del progresso americano in contrasto con la mia napoletanità. Ebbene proprio da questi punti e in particolare dall’ultimo è scaturito questo quadro che ho costruito mettendo, come base, una foto da me scattata dall’ultimo piano delle “torri” e sovrapponendovi le due torri realizzate con pittura. Invece le due finestre con sopra parabola ed elicottero le ho fatte con pastelli secchi colorati. Ma rispetto la novità è che non li ho incollati sopra, ma li ho scannerizzati e inseriti con il computer. Questa nuova tecnica l’ho descritta nel catalogo con il testo titolato “Dal pennello al mouse” e ha aperto la strada alla “elaborazione digitale” che ho utilizzato molto spesso da allora. Ma solo per il quadro definitivo mentre il bozzetto ho continuato a farlo con il collage di foto e colori. A volte però era impossibile realizzare con il mouse quello che invece riuscivo a fare a mano con i colori. L’altro elemento premonitore furono le finestre che avevo aperto sul balconcino mentre nei grattacieli americani sono sigillate. Così aperte sono l’aria e il sole, che per me asmatico sono fondamentali, ma soprattutto consentono di comunicare con il vicino anche se al 94° piano! Proprio come si fa nei vicoli di Napoli anche se a piani molto bassi! Fu drammatico l’11 settembre 2001 vedere in TV le immagini più impressionanti con le persone che si erano buttate dalla finestra in un volo spaventoso…A tanta tragedia non avevo pensato nel 2000 e così ancora una volta la realtà ha superato la fantasia di un artista e, come spesso accade ai tempi d’oggi, in negativo. Invece nel mio quadrò avevo messo un dettaglio positivo, una corda che unisce le Twin Tower, sulla quale sventolano dei panni ad asciugare al sole e al vento. Un elemento prettamente napoletano che ho ritenuto fondamentale per “collegare” quel mondo tecnologico e di progresso che è New York con la filosofia e capacità di arrangiarsi dei napoletani. Due elementi che da soli non bastano, ma che insieme creerebbero il miglior popolo del mondo con un mix tra la componente razionale e quella umanistica che la società moderna sta sacrificando sull’altare del virtuale. Tutto questo è in SPEAKING IN PARADISE? No lo è solo per me, perché ognuno ci vede quello che vuole o che è capace di vederci con il suo vissuto…

Altra napoletanità a New York è il paniere calato dal 94° piano con la fune per comprare il pesce fresco su carrettino. A differenza di Napoli dove la comunicazione avviene a voce alta tra la strada e massimo un paio di piani, qui c’è bisogno del cellulare per comunicare con la signora del 94° piano. Oggi nel 2015 con gli smartphone sarebbe possibile inviare anche il video per poter far scegliere alla cliente il pesce che preferisce. In 15 anni il mondo dei cellulari è cambiato ancor di più che dal 1987 quando realizzai il primo “Cavaliere post-futurista” con il cellulare allora ai primordi. Ma il progresso non è ancora finito.

Nel 2003 tornai a New York a trovare mia figlia Chiara che viveva lì. La visita a Groud Zero fu impressionante, era diventato un luogo sacro anche se era un cantiere in piena attività visitato da decine di migliaia di persone ogni giorno. Immaginai un profondo buco dove era sprofondata la bandiera americana, un antro che ingoia tutte le cose belle che un lupo cattivo tiene custodite non facendo avvicinare nessuno. In quell’antro c’erano gli oltre 3.000 americani morti delle “torri” che non chiedevano vendetta, ma di essere ricordati. Ho creduto di farlo in questo modo insieme alla loro bandiera che ora non sventolava più così libera e gaia. Ma poi realizzai anche…

Una versione positiva, l’antro era scomparso ed era rimasto quell’enorme buco come una finestra sopra al cielo nel quale la bandiera a stelle e strisce sventolava di nuovo libera e gaia. Era l’energia positiva di cui gli americani sono un simbolo, ma che alberga in ogni essere umano che vuole sempre rialzarsi dopo una tragedia o una sconfitta per riappropriarsi della gioia di vivere e del futuro senza il quale non esistiamo.

Il quadro nasce intorno a una foto straordinaria scovata su una rivista, con i due fumaioli rappresentate dalle due torri in fumo da poco colpite e prima che si accasciassero al suolo. La foto è montata su uno scafo a forma di squalo con la testa al posto della prua e la bocca spalancata con micidiali denti aguzzi che però non fanno paura perché lo squalo è di plastica. Sta arrivando in porto accolto da tutte le barche da diporto che l’accolgono come quando si festeggia l’arrivo di una nave importante. Ma nave non fa più “scuola” perché è ferita e ha bisogno di aiuto. E il segnale è nella bandiera a poppa che è messa al rovescio (vicino all’asta non ci sono le stelle, ma le strisce), un simbolo chiaro del linguaggio militare che proprio questo significa. La bandiera di tante battaglie e di tante vittorie sportive ora ha bisogno di aiuto e l’umiltà di chiedere aiuto è anch’essa un simbolo della forza dell’America di risorgere.

Per i 10 anni le Twin Tower diventano due candele da spegnere per ricordare. Le accende la Statua della Libertà con la sua grande fiaccola nel tentativo di recuperare quella sicurezza perduta, ma anche un maggior senso di democrazia e il bisogno di cambiamento impersonato da Obama con molte intenzioni, ma pochi fatti che una società conservatrice non vuole attuare. La strada è lunga e difficile in questa fine di 2015 e in “venti di guerra” sollevatisi insieme ai caccia francese dopo l’attacco di Parigi, non fanno sperare nulla di buono nonostante Obama che non è certamente un guerrafondaio, ma soprattutto un Francesco che porta solo sulle sue spalle il peso di debellare quell’anima bellica che aleggia in una società sempre più divisa perché alimentata da valori materiali che hanno alimentato il terrorismo e l’arricchimento a scapito dei pur minimi comportamenti etici. Per il futuro servirà etica a dosi da cavallo per riportare i popoli a ricordare le guerre del ‘900 che hanno seminato decine di milioni di morti. Invece l’anniversario festeggia la vita.

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