Cap'Alice, entrata

Cap’ Alice, Napoli

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A Napoli esiste questo detto, “meglio essere cap’ ‘alice ca coda ‘e cefaro“; ebbene, Mario Lombardi, vulcanico proprietario di “Cap’Alice” ha preso alla lettera questo proverbio e, dopo essere stato ristoratore per anni in società con altri, ha deciso appunto di mettersi in proprio e fondare questo piccolo gioiellino.

La genovese è il “must”, la preparano con la carne proveniente da allevamenti del Sannio e la cipolla è la “ramata di Montoro” presidio Slow Food; la alternano con il ragù preparato con la stessa carne, che è fatto con il pomodoro San Marzano D.o.p. Agrigenus, anch’esso presidio Slow food, il procedimento è quello scritto da Eduardo de Filippo con la differenza che cuoce qualche ora in più…

Ma anche lo spaghettone di Gragnano con alici, pinoli uvetta e finocchietto (ricetta “rubata” alla Sicilia che mette, però, le sarde) è senza alcun dubbio da provare .

Tra i secondi, oltre alle carni di Marchigiana, il maiale di nero casertano (proposto in versione croccante con verza saltata e chutney di mele) e l’agnello Laticauda, il pesce azzurro la fa da padrone: gustosi e particolari sia l’involtino di pesce bandiera al forno con scarola e provola che il fish ‘n’ chips partenopeo con baccala, sgombro e calamari in pastella accompagnati del “gattò” di patate

E da non dimenticare la selezione di formaggi e salumi: la stessa, consigliata per chi vuole solo un tagliere e un calice di vino, è tutta di matrice campana o comunque del Sud (escluso il Parmigiano).

Infine i vini, curatissima la selezione.

Prezzi medi.

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